Della dignità dell’uomo

Tra i periodi di maggior splendore della civiltà umana dobbiamo sicuramente annoverare quello che gli storici hanno definito come “Umanesimo”, passaggio fondamentale durante il quale la centralità dell’essere umano assunse una forma chiara e definita.

L’Italia in questo periodo diede vita a personaggi illustri in questo campo tra i quali spicca Giovanni Pico della Mirandola, nato a Modena nel 1463 e morto a Firenze 1494. Filosofo neoplatonico, ermetista, cabalista e magista, conosciuto dai più per la sua prodigiosa memoria, egli mise al centro del pensiero del tempo la libertà, unica dell’essere umano in quanto creatura di Dio, di autodeterminare la propria vita, verso il bene o verso il male. La sua più celebre opera è non a caso intitolata “De hominis dignitate”, ossia “La dignità dell’uomo”, proprio ad indicare la particolare posizione che questo riveste all’interno del panorama cosmico.

Volgendosi ad un così glorioso passato viene sinceramente da interrogarsi su che fine abbia fatto tale saggezza che consente di discernere tra dinamiche evolutive e costruttive e le tendenze disgreganti cui assistiamo ormai quasi quotidianamente nel ripetersi di brutali atti terroristici.

Vi sono dei limiti precisi andando oltre i quali la dignità dell’uomo viene meno.

Ogni qual volta viene impedito ad un essere umano di esprimere il proprio potenziale interiore si commette un atto grave contro la natura, la quale, maestra di vita sempre, ci indica con materna semplicità che nessun fiore ha come destino quello di rimanere sottoterra per sempre.

Costringere un essere umano in una situazione economica che non consenta un’esistenza decorosa per via di qualche “legge di mercato” vuol dire stabilire la supremazia dei beni materiali sulla dignità dell’uomo.

In questo senso la globalizzazione, lungi dall’aver esportato diritti, è stata foriera di nuove forme di schiavitù economica, comprimendo ulteriormente il rispetto dovuto all’essere umano.

Incarcerare giornalisti e professori per il solo fatto che abbiano espresso il loro libero pensiero equivale ad una negazione della dignità.

Le potenzialità di un essere umano, come aveva perfettamente indicato un altro grande magista del passato, Giordano Bruno, sono divine. Nelle sue mani vi sono innumerevoli possibilità creative le quali, tuttavia, per poter trovare adeguato spazio, devono poter contare su una società nella quale la libertà è una delle garanzie basilari. Il nolano ha pagato a caro prezzo il fatto di trovarsi (ancora oggi) molto avanti rispetto al contesto nel quale viveva.

Uscire fuori da quelle pietre che segnano il confine della dignità dell’uomo dovrebbe essere semplicemente impensabile e tuttavia accade quotidianamente.

A tal proposito mi sovviene una meravigliosa parola la quale contiene una forza curativa straordinaria, una vera pietra preziosa che la spiritualità orientale ha consegnato al mondo e che contiene un balsamo di eccezionale potenza. Mi riferisco alla parola “Namasté”, termine sanscrito che è possibile tradurre nel seguente modo: “Mi inchino alla luce divina che è in te”.

Riconoscere questa luce divina che abita in ciascuno di noi è la via migliore per risvegliarsi dal sonno dello spirito e ridare all’essere umano la sua piena dignità.

 

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