La quotidianità è il riferimento più immediato dell'azione sociale, ne individua le caratteristiche peculiari e gli interrogativi più urgenti.
Nel lavoro di tutti i giorni l’operatore si trova a contatto con una dimensione interpersonale caratterizzata dal bisogno:
chi si trova in una condizione di disagio psichico, fisico, sociale, è portatore di una domanda, silenziosa o esplicita, di aiuto.
Una domanda che ha una forte risonanza in noi perché la dimensione del bisogno ci appartiene profondamente, in quanto persone.
La richiesta d’aiuto porta con sé sia la complessità del mondo personale e relazionale da cui proviene che una forte spinta, sentita con urgenza dall’operatore,
a fare qualcosa per aiutare. Questa azione di aiuto è spesso sentita con la forza di un imperativo ideale, ci si proietta verso il bisogno
dell’altro fino a perdere la percezione dei propri limiti. Al contrario, la considerazione del limite è importante, non solo come limite personale
o come dato di realtà che appartiene alla concreta situazione in cui si interviene. La professione dell’operatore sociale porta
il segno di alcuni vincoli che incidono sulla sua dimensione personale e quotidiana e che attengono in generale ad una dimensione di riconoscimento di questo lavoro.
Ad esempio riconoscimento di tipo economico, un dato importante con cui confrontarsi quotidianamente. o riconoscimento in senso letterale:
quanto è riconoscibile la figura di operatore sociale, di chi non ha contrassegni professionali visibili (la divisa del poliziotto,
la cattedra del professore, ma anche la cravatta del manager o lo stetoscopio del medico) che ne indichino con certezza l’identità?
Nell’accezione politica di riconoscimento, quanto spazio, nel dibattito della società civile, è riservato ai temi dell’aiuto, della marginalità e delle professioni che
se ne prendono carico? Possiamo quindi rispondere alla domanda sull’identità dell’operatore sociale tenendo fermo il valore interrogativo del
limite: l’operatore sociale è un professionista che è chiamato ad interrogarsi continuamente sul senso e la qualità del proprio lavoro.
Questo tipo di risposta ci porta a due ordini di considerazioni principali. E’ una risposta che implica degli aspetti di disagio con cui
l’operatore può trovarsi a confronto: la frustrazione di trovarsi di fronte a un compito impossibile, una sensazione di blocco, perdita di identità, incapacità di vedere
una progettualità nell’azione professionale. Non a caso questi sono elementi di rilievo nella casistica generale della sindrome di burnout
che sempre più spesso è chiamata in causa come "malattia professionale" a cui può essere soggetto chi opera nell’ambito delle professionalità educative e sociali.
Ma la domanda sul senso contiene anche importanti aspetti di risorsa: significa spersi fermare a riflettere criticamente, dare voce e accudire la nostra fragilità,
che è anche la nostra parte preziosa, una parte che, significativamente, l’operatore mette in gioco nel suo lavoro.
Counseling M-C