Passione: croce o delizia? – Cronache dal Café Philò

Temuta perché domina, acceca, agita e sconvolge; desiderata perché sa come eccitarci, infiammarci e renderci totali. Terra di confine tra piacere e dolore, dipendenza e libertà, dopo la rabbia, ancora una volta un’emozione a tinte forti, protagonista al Café Philò dove, grazie agli intervenuti, l’abbiamo esplorata in alcuni dei suoi molteplici aspetti e osservata nelle implicazioni personali e sociali.

Non è certamente un sentimento dalle mezze misure o che possa lasciare indifferenti, sia che siamo prigionieri e schiavi delle sue catene o liberi di volare alti e superare confini grazie al fuoco del suo impeto. Molte e apparentemente contraddittorie le sue manifestazioni, che vanno dal “tormento” al “godimento”, dalla “trasgressione” a “l’espressione più autentica di sé”. In ogni caso, qualunque parola o espressione tipica del nostro vocabolario riconduce all’intensità, suo ingrediente primario: al suo cospetto possiamo essere passivamente “schiavi, accecati, preda”; o usarla per “fomentare 

La storia del sua etimologia spiega il perché della sua natura complessa: per i greci rimandava a “sofferenza, sopportazione e passività” come nella Passione di Cristo; grazie all’etica medioevale più ortodossa appaiono l’associazione a “peccato” e la necessità di freni e controllo, anche se per Giordano Bruno e Tommaso Campanella esprimeva, al contrario, “l’esaltazione della volontà”; fino ai tempi più moderni in cui è divenuta anche sinonimo di “inclinazione vivissima, forte interesse, trasporto, partecipazione profonda, dedizione totale di sé e intensità di sentimento”.

Quando abbiamo chiesto ai nostri philo-amici cosa rappresentasse la passione e che ruolo avesse nelle loro vite è emersa in tutti la consapevolezza che si tratti di una straordinaria energia. Esattamente come il  fuoco a cui spesso viene associata, che a seconda di come viene usato, può essere: “luce che orienta le scelte nei momenti di dubbio e confusione”, “gradino per risalire la china”, “spinta per andare fino in fondo”, o elemento di distruzione, incubo, follia, tormento.

Qual è allora lo spartiacque tra risorsa e disagio? Ecco alcuni punti di vista molto apprezzati: “La passione è un motore della vita e non può essere negativa. L’importante è stare attenti a gestirla per non superare i limiti e ‘subirne’ le conseguenze”. O ancora sul confine tra passione e ossessione: “credo che quella vera sia innanzitutto passione per la vita e voglia di conoscerla in tutti i suoi aspetti, perciò si rivolge in più direzioni a differenza dell’ossessione che investe tutta l’energia e le aspettative su un unico obiettivo” rendendoci così vulnerabili e dipendenti. Interessante anche l’ambivalenza del rapporto tra passione e paura: proprio perché libera dai freni della ragione ci costringe a sentire il senso del limite e del baratro con il rischio di perdersi, “per molti la passione è un ostacolo, c’è il timore del giudizio, o di esserne scombussolati, per me è un grande stimolo e spesso mi dà la forza per andare avanti”. Di conseguenza da un lato si ha paura della passione, dall’altro essa stessa ne è l’antidoto nelle scelte più importanti della vita.

E’ senz’altro verità, perché scopre le carte su desideri e bisogni e ci mette a nudo rivelando tanto di noi. Per questo oggi la passione sembra essere ancora un tabù; non ne parliamo facilmente, temendo di non essere compresi o giudicati, e quando siamo intorpiditi dalla routine pensiamo di non aver abbastanza tempo o che ce ne faccia perdere, sprecandolo inutilmente. Specialmente tra le nuove generazioni si avverte la sensazione che inseguire i propri sogni sia un lusso che non ci si può permettere senza il pericolo di trovarsi emarginati da un contesto sociale e lavorativo dominato dall’idea soffocante della crisi. Al contrario, sembra essere invece una delle soluzioni migliori in un momento dove sicurezza e stabilità non sono garantite e non possono costituire tentazioni così allettanti. Paradossalmente nella difficoltà c’è più libertà, quando non si ha molto da perdere è più facile rischiare. Seguire le proprie passioni sembra costituisca non solo una sponda consolatoria e rigenerante ma anche l’investimento più credibile in termini di energia e motivazione: “Quando faccio quello che mi piace do il meglio di me, il tempo si ferma e non sento né fame, né sete, né stanchezza”. Un esempio di sana passione che sazia contro l’ossessione che consuma.

Una spinta fortissima anche nel sociale, dove è stata carburante e motore irrefrenabile di rivoluzioni, progresso e cambiamenti, come ci hanno raccontato alcuni protagonisti del’68, in cui è stata evidenziata la dimensione collettiva rispetto alla valenza individuale odierna. Nel passato il proprio impegno aveva toni spesso rabbiosi, più alti ed esibiti, al cui confronto la contemporaneità pare muta e rassegnata. Credo che oggi la passione abbia acquisito le sembianze dell’impegno individuale, spesso silenzioso e sommerso, di chi fa volontariato o getta il seme del cambiamento nelle istituzioni o compie la sua rivoluzione quotidiana a partire dal proprio metro quadrato.

In conclusione sembra proprio che l’argomento abbia appassionato tutti e che, pur temendone l’imprevedibilità, nessuno ci voglia rinunciare. “Perché la passione è un atto d’amore verso se stessi” e quando è condita dall’entusiasmo (dal greco “Dio in te”), “ fa riscoprire la propria matrice divina”. Sembra così risolversi l’apparente conflitto tra ragione e passione, dall’iniziale inconciliabilità alla scoperta della complementarietà per lo sviluppo più alto dell’uomo,

La via dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza – W. Blake –

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