L’incontro con certi libri è tanto casuale quanto preciso, che è inevitabile restarne folgorati come da un colpo di fulmine.
È bastato il suggerimento di lettura del mio libraio di fiducia a convincermi ad acquistare “L’arte di perdersi” di Lia Piano (Bompiani, 2025), ma è stato leggendo il sottotitolo: “Storia dei miei traslochi” che l’ha eletto “libro del momento”.
La protagonista è una donna di mezz’età, single, stravagante al punto da aver voglia di radicare i piedi a terra solo per consentire alla testa di raggiungere nuvole più alte. La sua voce narrante ci consegna un personaggio malinconico e ironico al tempo stesso, che ad un certo punto, in modo del tutto fortuito, eredita una casa da una zia.
“I sogni, soprattutto se molto belli, sono poco attendibili. E i risvegli possono essere bruschi.”
Questo evento diventa per lei l’occasione per fare i conti con la propria esistenza: il passato, le relazioni, i luoghi vissuti e, metaforicamente, la ricerca di un’identità stabile tra le molteplici fasi della vita.
“Ogni trasloco, si sa, è una resa dei conti. E i conti sono fatti apposta per non tornare.”
L’idea che il trasloco sia un momento di confronto con se stessi e con la propria vita, una metafora della crescita personale nel fare i conti con ciò che si è lasciato indietro e ciò che occorre portare con sé, pervade il libro.
Uscire letteralmente dalla confort-zone, ripensarsi in uno spazio nuovo, può essere l’occasione di reinventarsi e di comprendere che è necessario andarsi a prendere qualcosa altrove lasciando andare ciò che non occorre più.
Il tono della narrazione modula con abilità leggerezza e riflessioni esistenziali, facendo spesso ridere e talvolta riflettere.
L’arte di perdersi è un romanzo che gioca con il tema dell’appartenenza e del cambiamento, capace di farci riconoscere nei piccoli gesti coraggiosi, negli spostamenti dalle solite abitudini e nelle fragilità quotidiane della protagonista.

