Può un covo di liberfile diventare un luogo in cui si compie una rivoluzione?
È quello che accade in Leggere Lolita a Teheran, un’opera toccante e intensa, tristemente attuale vent’anni dopo la sua prima uscita, che intreccia letteratura, memoria e resistenza civile. Scritto da Azar Nafisi, iraniana, classe 1955, docente di letteratura all’università, il libro è al tempo stesso un’autobiografia e un saggio letterario che si concentra su un periodo preciso della sua vita: gli anni successivi alla Rivoluzione Islamica del 1979, quando Nafisi, esclusa dall’università a causa del suo rifiuto di indossare il velo, decide di creare un gruppo di lettura clandestino a casa sua. Riunisce sette studentesse scelte con cura, ciascuna con una storia e un’identità differenti, per leggere e discutere opere della letteratura occidentale, bandita dal regime.
I testi scelti – non solo Lolita di Nabokov ma anche quelli di Fitzgerald, Austen e James – diventano chiavi interpretative della loro realtà quotidiana. La lettura condivisa agisce come un atto liberatorio e di resistenza: permette a ciascuna protagonista di guardare al proprio vissuto, alle imposizioni del regime e al ruolo della donna in una società patriarcale.
“In effetti, la nostra discussione su Lolita era meno su Lolita e più su di noi.”
Lolita, romanzo controverso, è usato per riflettere sulla manipolazione, sul potere e sulla perdita dell’identità, temi che risuonano con forza nell’Iran post-rivoluzionario. L’identificazione con i personaggi offre loro un linguaggio per esprimere emozioni, paure e sogni altrimenti repressi.
“Le storie, come la vita, sono fatte di dettagli.”
Ma in un regime autoritario, anche le azioni più semplici diventano atti di resistenza o di sottomissione.
“In Iran, ogni gesto quotidiano – salire su un autobus, camminare per strada, parlare – era un atto politico.”
In un ambiente che limita l’espressione individuale e impone il controllo su ogni aspetto della vita, il gruppo di lettura clandestino diventa un rifugio, uno spazio in cui pensare e parlare liberamente.
“Quelle letture erano per noi ciò che la realtà non ci permetteva di essere.”
Il seminario non è mai un semplice esercizio accademico. È resistenza, è dialogo, è cura. Permette alle protagoniste di ricostruire se stesse in un contesto che le voleva invisibili e mute.
Leggere Lolita a Teheran è una testimonianza del potere trasformativo della lettura quando è vissuta insieme agli altri.
“Non abbiamo bisogno di chi ci dice cosa pensare, ma di chi ci insegni a pensare.”

