Guerra e Pace

La cultura odierna tende a condannare la guerra in ogni sua forma, tanto che anche a livello personale siamo sempre più a disagio nel vivere e gestire le situazioni di conflitto. Ma fino a che punto è giusto mediare? Qual è il confine tra pazienza e paura, comprensione e rassegnazione, saggezza e perdita della dignità?

Il progresso e la civiltà ci hanno giustamente insegnato a bandire la guerra, considerandola un atto di aggressione e arroganza, tanto che rispetto al passato i conflitti sono notevolmente diminuiti (o meglio, hanno assunto forme più invisibili e raffinate). Cosa ci ripugna e spaventa di questa dimensione? La violenza, la paura della morte o della fine di un rapporto, la sofferenza, il dare voce alle nostre parti più oscure? Siamo sicuri sia possibile rinnegare tutta questa energia e rinchiuderla nello sgabuzzino interiore? Non sembra, a guardare dal crescente successo di giochi di ruolo, videogames e cinematografia orientata in questo senso. Non sembra ad osservare quanto spazio, spesso di tono morboso, e quanta risonanza hanno i fatti di cronaca più neri. Ci piaccia o no, anche questa dimensione ci appartiene e, così come il veleno può essere cura, anche l’energia della guerra, se gestita, può essere una nostra formidabile alleata.

Ben lo sapevano le culture antiche, nel cui pantheon gli dei più bellicosi avevano pari dignità ed onori. Gli induisti tuttora venerano la terribile ma purificatrice Durga Kali, dea della distruzione, soprattutto dei demoni dell’ipocrisia e delle false credenze (anche dell’ego, direbbe la psicoanalisi moderna). I raffinatissimi greci sapevano onorare la guerra in ogni suo aspetto, sapendo quanto fossero fondamentali sia l’apporto del rovente Ares, che ispirava con forza e coraggio a scendere in campo, che la fredda lucidità di Atena, alleata di ogni stratega. Conoscevano bene anche la legge delle polarità, per questo la bellissima Afrodite si unì ad Ares generando Armonia, perché ogni equilibrio è tale se nasce dalla tensione degli opposti.

L’atto di guerra, quando non è solo bieca aggressione esprime anche un grido di reazione, la difesa della vita o di principi che valgono ancora di più. Per educazione e consuetudine siamo portati a vergognarci di questo fuoco che racconta la rabbia, la delusione, o un tradimento; ne temiamo gli aspetti distruttivi, l’irreparabilità, il senso di lutto, senza accorgerci che quello che a volte chiamiamo “quieto vivere” ha già sotterrato la nostra dignità, offeso il nostro spirito e spesso dato un pessimo esempio.Perché a volte è necessario metterci la faccia anche quando non ci riguarda direttamente, saper dire no ad un’ingiustizia che, se consolidata, domani potrebbe colpire noi.

E’ ovvio che le armi dell’ascolto reale, dell’apertura fino alla messa in discussione di sé e della mediazione, siano irrinunciabili, ma non sono infallibili. A volte non bastano e arriva un momento fatale, difficile e pieno di dubbi in cui bisogna ricordarsi di sé, dei propri valori e scegliere. Se vivere o sopravvivere,se continuare a sentire un peso insopportabile al quale ci affezioniamo così tanto da pensare di non poterne fare a meno o renderci conto che è la zavorra che non ci fa volare.

Certo non è facile, specie quando temiamo che le conseguenze possano peggiorare la situazione. In questa fase i greci invocherebbero Atena e il suo lucido distacco: fermiamoci e chiediamoci cosa temiamo davvero e cosa amiamo di più. Sì, perché è sempre l’Amore (a partire dall’amore di sé) che ci aiuta a scegliere, a ristabilire le gerarchie interiori e a rispettare i nostri valori più profondi. Una volta liberato il cuore, l’elmo di Ares scende spontaneo e rende naturale e fiero ogni nostro gesto, ogni nostro “no”, ogni nostro “basta”.

Così che una fine diventi un nuovo inizio, con rinnovate energie ed obiettivi più alti. In fondo la risorsa del conflitto è anche questa: una grande pulizia. Come il fuoco dato alle stoppie che assicura nuova fertilità, come la tempesta che rischiara i cieli e ripulisce i mari.

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