Il condominio interiore

Vi è mai capitato di stupirvi nell’osservare che una parte di voi voleva qualcosa e un’altra esattamente il contrario? Oppure avvertire allo stesso tempo desiderio misto a paura e sentirsi in stallo, come chi prema insieme freno e acceleratore? Quali voci interiori ci parlano e soprattutto, chi è che guida? Credo sia capitato a molti di noi, così come il chiedersi pirandellianamente se e quanto fosse normale la convivenza, non sempre pacifica o coerente, di una molteplicità variegata di bisogni, desideri e comportamenti.

Inizierei dal concetto di ‘normalità’ che sicuramente non coincide con uniformità. Sin dai tempi più antichi – quando era la filosofia ad occuparsi della psiche, allora associata al concetto di anima – l’uomo non è mai stato visto come un essere monolitico in cui ‘dentro’ e ‘fuori’ potessero coincidere. Questa ‘discrepanza’, o meglio ricca complessità, è stata e continua ad essere l’oggetto di una delle ricerche più affascinanti il cui dibattito non si è ancora concluso. In epoca attuale si è andati ben oltre Freud che, agli inizi del ’900, ebbe l’enorme merito di sdoganare l’argomento da mera speculazione intellettuale a nuova scienza. La sua tripartizione della personalità ha, non solo confermato l’esistenza di un mondo sommerso ben più articolato della superficie cosciente, ma ha indicato una direzione nuova, una base da cui si sono sviluppate tutte le teorie moderne. Grazie a Jung, la psicologia gestaltica, l’analisi transazionale e la psicologia umanistica (solo per citare alcuni dei passaggi), la visione si è sempre più arricchita, fino al passaggio da una struttura stratificata ad un’altra prismatica, fluida e, come vedremo, densamente popolata teorizzata dal Voice Dialogue [1] o Dialogo delle Voci.

Secondo questo approccio, la nostra personalità è un insieme di numerosi aspetti o sub-personalità, presenti sia nella parte cosciente (sé primari) che in quella inconscia (sé rinnegati e sé non-sviluppati). La loro formazione così come la loro distribuzione avviene prestissimo, praticamente appena nati o ancora prima, secondo quanto afferma la psicologia prenatale. Se volessimo fare un paragone pittorico, potremmo dire che ognuno di noi nasce come una tela bianca corredata da tutti i colori, ovvero le infinite possibilità di espressione della nostra personalità. Crescendo, accade che per vari motivi, operiamo una selezione di alcune tinte a scapito di altre, dimenticando che tutte continuano a esistere dentro di noi. Cosa ci porta a privilegiarne alcune (sé primari) e a nascondere le altre (sé rinnegati) nell’ombra?

Quando nasciamo ciò che contraddistingue questo momento magico, insieme alle enormi potenzialità, è una condizione di estrema vulnerabilità cui la psiche risponde, strutturandosi immediatamente con delle strategie (comportamenti) che soddisfano due bisogni fondamentali: come ottenere amore e come proteggersi dal dolore. Ecco che alcuni atteggiamenti saranno preferiti (sé primari) o censurati (sé rinnegati) in base agli stimoli esterni di approvazione/disapprovazione e a come verranno percepiti individualmente (risposta soggettiva). I sé primari sono quindi i vestiti della festa, quegli aspetti di noi che siamo fieri di mostrare al mondo, per i quali abbiamo ricevuto (o pensato di ricevere) amore, consensi ed approvazione; mentre i sé rinnegati rimandano a parti di noi che non ci piacciono e che abbiamo evitato – fino a dimenticarci di loro – per paura di perdere amore o di subire rimproveri e critiche da parte dei nostri genitori, dei nostri cari e della società in genere.

Come dicevamo prima, questi ultimi aspetti sono solo in apparenza non esistenti, in realtà dimorano scomodi e trascurati nel nostro sgabuzzino interiore e cercano in ogni modo di attirare la nostra attenzione attraverso i canali che la mente non controlla come il corpo (piccoli disturbi, patologie croniche, infortuni ricorrenti), i sogni, le dinamiche frequenti nelle relazioni, o attraverso ciò che chiamiamo confusione, incoerenza, stress, ansia, fino ad arrivare a veri e propri disagi psichici quali panico, nevrosi, etc. Un altro punto di vista interessante è quello di Robert Bly che vede i nostri sé rinnegati rinchiusi in un sacco che portiamo sulle spalle: più è pesante, più stiamo male perché abbiamo rinunciato a parti della nostra energia vitale; il sacco non se ne sta buono, ciò che è dentro cerca di uscire e crea disagio, assorbendo tante delle nostre energie per tenerlo sotto controllo; infine, noi non lo vediamo ma gli altri lo vedono benissimo, spiegando perché spesso siamo restii ad ammettere le nostre fragilità anche di fronte all’evidenza e perché il feedback altrui sia così importante.

Ora il quadro si fa più chiaro: dentro di noi alberga ogni aspetto della personalità, e tutti dimorano in una sorta di condominio interiore. Come in ogni condominio che si rispetti la convivenza non è mai semplice. Ci sono i condòmini più prepotenti, che parlano sempre perché hanno più millesimi degli altri e quelli più timidi dei monolocali che stanno solo ad ascoltare perché pensano di avere poca voce in capitolo; i pignoli e i qualunquisti; i polemici iracondi e quelli cui va bene tutto e non prendono mai posizione per evitare discussioni; quelli giovani, appena arrivati pieni di iniziative e buoni propositi e quelli brontoloni e disfattisti, convinti che meno si fa, più problemi si evitano; ci sono i chiassosi ed i riservati, i ‘se non ci fossi io’ e gli indolenti; quelli che criticano tutto e i lagnosi cui capita sempre qualcosa. Quindi si tratta di questo: quando siamo confusi e/o incoerenti; indecisi se andare o restare, parlare o tacere; quando sorridiamo ma vorremmo strozzare il nostro interlocutore, e la vena che si gonfia sul collo lo conferma; quando riusciamo ad amare e odiare allo stesso tempo o siamo oppressi da desideri che ci fanno sentire in colpa, siamo nel mezzo di un’animata riunione condominiale interiore.

Meno male che c’è l’amministratore! In questa molteplicità di caratteristiche ed esigenze peculiari, è senz’altro necessaria la presenza di un elemento neutrale, l’ego consapevole, che sappia moderare le discussioni e dare spazio a ciascuna delle istanze per decidere in modo equilibrato e nel rispetto di tutti. E’ indispensabile per evitare l’eruzione di aspetti incontrollati (i.e. scatti d’ira, attacchi di panico) dei nostri sé rinnegati, che avviene quando non ci siamo concessi di dare loro ascolto, e per impedire che la porta a cui hanno bussato invano finisca per essere abbattuta. Senza un buon amministratore inoltre, rischiamo di impedire l’emergere dei sé non-sviluppati (i.e. genitore, artista) che non troveranno le circostanze adatte per manifestarsi a causa del presidio dei sé primari e della loro paura del cambiamento. Ma chi è, o meglio, dov’è l’amministratore? Dentro di noi naturalmente, in maniera più o meno espressa. Come tutti i seri professionisti ha ricevuto una solida formazione e si aggiorna continuamente. Per conoscerlo meglio o per seguire i suoi corsi vi diamo appuntamento alla prossima puntata …

Per chi volesse approfondire:

H. Stone, S. Stone, Il Dialogo delle Voci, Amrita Edizioni, 1996

F. Errani Civita, Il Caleidoscopio Interiore, Sì Edizioni

R. Bly, Il Piccolo Libro dell’Ombra, Red edizioni 1988

 

 

[1] Modello teorico sviluppato dagli psicologi statunitensi Hal e Sidra Stone negli anni ’70.
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