Il viaggio verso casa

Giovanni è un papà attento ma poco autoritario, così si definisce al nostro primo incontro di counseling.

E’ nato in un paesino di campagna dell’entroterra abruzzese da genitori semplici, dice lui, come se la semplicità appartenesse agli esseri umani.

La mamma di Giovanni era minuta e dolce, sempre in movimento, di quelle donne che si sentono in colpa a starsene ferme e quando lo fanno organizzano i pensieri per fare sempre meglio. La sig.ra Tina parlava tanto e tutte o quasi le energie di questa piccola donna erano per fare, per gestire, per mediare. Stendeva i panni sul filo davanti casa al primo raggio di sole mentre l’impasto del pane, coperto dallo strofinaccio di cotone bianco coi quadretti rossi, cresceva sulla tavolaccia di legno chiaro.

Il padre di Giovanni parlava ben poco, più con gli animali che con le persone. Lavorava e non disdegnava il vino rosso, di quelli che macchiano la tovaglia e i pensieri. Giovanni non era mai stato picchiato dal padre, nemmeno quando lui rientrava ubriaco. La mamma sì però, soprattutto all’inizio del loro matrimonio, quando la saggezza soccombeva all’impulsività e non si aveva la pazienza di guardare alle soluzioni più che ai problemi.

Certo è che la vita non era facile allora come non lo è d’altronde adesso ma per motivi diversi. Fatto sta che Giovanni, del papà aveva paura anche ora, a cinquant’anni suonati. La notte Giovanni incontrava spesso nei suoi sogni Ernesto, l’ormai defunto padre. Sognava di passeggiare con lui sotto l’argine del fiume o di aiutarlo in falegnameria. Nel sogno, come era stato nella realtà, non si parlavano quasi mai ma Giovanni da questi sogni si svegliava rasserenato <<è lui che viene a farmi visita>>, diceva, <<vorrei dirgli tante cose, ringraziarlo anche per quello che ha fatto per me, per la famiglia>>.

Mi racconta poi, col sorriso e la dolcezza negli occhi, dei lunghi discorsi che faceva con la nonna, dei compiti fatti mentre lei preparava la cena. Mi parla di una nonnina che aveva avuto accesso a ben pochi strumenti di conoscenza e alfabetizzazione e che, quando le parlava, pur non capendo lo ascoltava.

Giovanni oggi è un omone, un militare, ha seguito la carriera dello zio materno, il maresciallo. Vive nell’alloggio della caserma da quando si è separato da Antonella con la quale ha condiviso vent’anni e due figli maschi ora in piena adolescenza.

<<Non c’era verso di andare d’accordo con mia moglie, qualunque cosa dicessi era sbagliata e spesso aveva ragione ma io ero stupido prima. Non capivo che lei voleva semplicemente parlare con me. Io invece le parlavo sopra, volevo essere utile senza fare troppe chiacchiere>>.

Quest’uomo, che nelle prime sedute appariva timido e riparato, man mano si è aperto a tanti discorsi dai più disparati fino a palesare il suo bisogno di esprimersi, la necessità di parlare a qualcuno che lo ascoltasse. Il suo bisogno di parlare era così grande che non gli importava di ascoltare l’altro. L’altro non esisteva se non per rimandargli la sua presenza, anzi di più, la sua stessa esistenza che a non essere ascoltati si muore.

Diceva che era così pieno di cose da dire che il rischio è che restassero nella sua testa e prendessero pieghe inaspettate come pensieri di solitudine o peggio di fallimento.

Il suo mondo interiore strabordava di questioni inascoltate, difficili da contenere tutte, andavano sparpagliate a terra e sistemate, insieme.

Un giorno mi confessa di essere arrabbiato con gli altri, con se stesso, forse anche con me perché si sente così poco capito da dover pagare qualcuno per essere ascoltato. <<Quando parlo con lei dottoressa, io mi riposo. Non devo difendermi, non sono giudicato, non devo stare attento a dire qualcosa che mi potrebbe essere rinfacciata, sono solo Giovanni e non devo dimostrare nulla a nessuno>>.

Da Giovanni arriva forte il desiderio di essere ascoltato che rimanda al significato di esserci.

Ci rifletto su, chiudo gli occhi per sentire cosa si muove dentro di me e immagino un bambino in campagna che fa il saltimbanco per farsi vedere e le prova tutte per ricevere attenzioni tanto che nel pomeriggio di un giorno pieno di fretta e faccende, a 7 anni, il piccolo Giovanni fece la pipì nei pantaloncini. Diverse le sculacciate prese dalla mamma ma a lui non importava, lei si era accorta di lui ed era stata costretta a prendersene cura: lui aveva raggiunto il suo scopo anche se con il didietro rosso come un peperone.

Cosa manca a Giovanni?

Qualcuno che si prenda cura di lui e, per tutta la vita, l’ha cercato senza sapere che, in tal senso, la soluzione è sempre stata a portata di mano.

A Giovanni manca Giovanni, ascoltarsi fino alle ossa, darsi retta. Ha vissuto alla ricerca di un amico, di un amore senza mai cercare di essere per se stesso il suo migliore amico, il suo miglior interlocutore, il miglior compagno di viaggio, il suo più grande conoscitore.

Ha vissuto senza mai provare ad innamorarsi di se stesso, ed è proprio da qui che ha iniziato finalmente il viaggio di ritorno a casa, a sé.

 

 

 

 

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Autore: Silvia Torrieri

Da sempre affascinata dalla mente umana diventa psicologa clinica per saperne di più, innanzitutto di sé stessa. Alla continua ricerca delle motivazioni che spingono i comportamenti, si specializza nelle "nuove dipendenze" e approda alla Media-Comunic-Azione® diventando counselor Relazionale. Lavora nell'ambito della relazione d'aiuto in diversi contesti e nella professione privata. Condivide con Avalon i valori della formazione continua, l'etica professionale e la crescita personale.

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