L’amore ci salva dall’abisso

Se ne parla tanto e la maggior parte delle volte in modo improprio e impreciso, altre come una sentenza o come un’offesa verso chi è poco brillante o entusiasta o semplicemente timido e riservato, mi riferisco alla depressione.

È proprio l’utilizzo inappropriato di questo termine che ci esorta a fare chiarezza, perché le parole sono importanti e preziose, con quelle ci ammaliamo e spesso sono proprio certe parole, ascoltate o pronunciate a guarirci.

La depressione è un disturbo del tono dell’umore, una vera e propria malattia della mente che compromette la nostra capacità di adattarci al mondo, e con quest’ultimo si intendono quello interiore fatto di emozioni, desideri, pensieri e mondo esterno fatto di relazioni, attività lavorative, luoghi e situazioni. Insomma chi si ammala di depressione non si riconosce più cittadino di se stesso e del mondo. Secondo i dati Istat relativi al 2019, sono 3,5 milioni le persone colpite dalla depressione in Italia, ed è il più diffuso al mondo tra i disturbi mentali.

Si parla di cifre gigantesche: 350 milioni di esseri umani che, se raggruppati assieme, sarebbero un colossale esercito di tristezza…

Colpisce in misura doppia le donne rispetto agli uomini e le sue cause sono molteplici, dalla predisposizione genetica alle caratteristiche psicologiche e sociali. Per dirla con una metafora, la depressione è un cocktail di ingredienti che avvelena la voglia di vivere.

Dalla grave depressione (detta anche Maggiore) a un tono basso dell’umore vi è un ventaglio di disturbi variegato e complesso che passa per la distimia, il disturbo bipolare ecc. fino al più lieve atteggiamento depressivo che talvolta è il sintomo di qualcos’altro.

Ci sono forme più subdole, che si nascondono nelle pieghe di una personalità complicata che magari si esprime con un’ironia amara o con un’eccessiva mitezza di carattere. È il caso della Depressione Mascherata, di difficile diagnosi, dove i malesseri sono fisici e la tristezza non è così accentuata come nei disturbi classici, ma il senso di disperazione colpisce senza mostrarsi apertamente.

Nel lavoro che svolgo entro spesso in contatto con quello che definiscono il male del secolo e provo a descriverlo per come l’ho sentito.

La depressione è una luce spenta in una stanza vuota e tonda, senza appigli sul muro e la fatica di raggiungere la candela. È la tristezza del guscio vuoto, il sacrificio senza dono, la fiducia nel nulla, è la metà delle cose, la sola strada di andata, è la stanchezza senza lavoro.

E’ chiaro che stare accanto a chi ne soffre non è affatto semplice perché ci costringe a fare i conti con i nostri vuoti, con la tristezza, il senso di colpa che vediamo riflessi nell’altro. Rimanere in questa scomodità mette a dura prova l’entusiasmo e la gioia di vivere poiché significa sostenere quel vuoto.

Di fronte a tanta assenza a nulla vale il nostro “prova a reagire”, “mangia”, “pensa a te stesso/ai tuoi figli”, “forza!”, “non ti abbattere, passerà vedrai, sforzati un pochino”.

Perciò resistiamo al desiderio di incitare alla vita perché ciò aumenta il senso di solitudine in cui l’altro versa, perché dietro ad alcune frasi si cela il giudizio.

Il giudizio e il suo parente stretto, il pregiudizio, sono purtroppo ancora molto legati al concetto di disagio mentale, tanto che a volte ci fa confondere il dolore con la pigrizia, il senso di colpa con l’indecisione, l’apatia per indifferenza e il “no” per un capriccio.

Possiamo però, per primi, accettare e riconoscere il malessere dell’altro come un diritto di espressione e inviare piccoli input che stimolino l’altro con gradualità e cura, dare, senza aspettative di ricompensa o reciprocità, le attenzioni.

Questo vale anche per noi stessi, quando sentiamo di starci allontanando dalla vita e dai suoi inevitabili rischi, quando cadiamo nella trappola di non ravvisare nel presente nulla di buono, quando rimaniamo aggrappati ad un passato considerato migliore ma non abbastanza assaporato nel tempo opportuno. Ecco, se sentiamo tutto questo, accettiamo che questo serpente di vento si muova dentro di noi e ricominciamo, appena riprendiamo fiato, dal quotidiano, dalle piccole cose dense di significato che cuciono la nostra giornata. Rifacciamo il letto, cuociamo un uovo, pettiniamo i capelli, sistemiamo il cassetto, baciamo una foto accarezzando un ricordo, che ci rammenda, anche letteralmente, chi siamo e perché. E se non basta, se tutto questo non basta, chiediamo aiuto e ringraziamo per non aver creduto a quando volevamo essere ciò che non siamo.

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Autore: Silvia Torrieri

Da sempre affascinata dalla mente umana diventa psicologa clinica per saperne di più, innanzitutto di sé stessa. Alla continua ricerca delle motivazioni che spingono i comportamenti, si specializza nelle "nuove dipendenze" e approda alla Media-Comunic-Azione® diventando counselor Relazionale. Lavora nell'ambito della relazione d'aiuto in diversi contesti, da quello scolastico con progetti indirizzati agli studenti nella facilitazione al processo dell'identità al consultorio pubblico dove ha modo di confrontarsi con realtà individuali e familiari complesse e infine nella professione privata. Collabora con Avalon, condividendone i valori della formazione continua e la crescita personale, occupandosi dell'organizzazione delle attività e progettazione degli interventi. Appassionata di tango argentino, è assistente d'aula per Avalon Progetto Tango.

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