L’arte di custodirsi

In psicologia si distinguono due disturbi che sopraggiungono in conseguenza ad un evento traumatico intenso: il Disturbo Acuto e il Disturbo Post-Traumatico da Stress. L’esposizione a una lesione, alla minaccia di morte, di malattia o a seguito di un incidente o della perdita di una persona cara, possono determinare una gamma di sintomi che portano sofferenza, paura, senso d’impotenza che, nel caso del primo disturbo, si risolve nel giro di poche settimane, oppure prosegue per mesi nel secondo caso, portando con sé uno stato ansioso generalizzato, il malumore, la tristezza e la difficoltà a provare e riconoscere le emozioni belle della vita.

Si tratta di vere e proprie patologie che necessitano di interventi specifici che vanno dall’approccio psicoterapeutico a quello farmacologico. L’aspetto di risorsa di tali disturbi è che la loro sintomatologia piuttosto importante costringe chi ne è colpito a farsi aiutare e quindi ad intervenire per prendersi cura di sé.

A volumi diversi, certamente inferiori e non patologici, questo effetto si manifesta con uno stato di leggero disagio che ci rende inquieti, pessimisti, in qualche modo scoraggiati verso la vita, come se i colpi dell’esistenza avessero insinuato in noi l’atteggiamento di chi si chiede qual è lo scopo di tante fatiche quotidiane, il perché di tanti compromessi. Stati d’animo che ci fanno perdere di vista i nostri valori e con loro la lungimiranza di chi vive bene il presente e costruisce il futuro con soddisfazione.

L’irrequietezza, quella specie di smania che non ci fa essere soddisfatti di noi stessi e del mondo in cui siamo inseriti è, in realtà, molto più diffuso di quanto pensiamo. E’ evidente quando, senza accorgercene, non abbiamo fiducia nelle opportunità e talvolta neppure le riconosciamo tali, completamente presi dal senso comune del “va tutto male”, del “mai una gioia”, del “non ce la posso fare”, che ci convincono infidamente che sia sempre così e che per noi non ci sia nulla di buono che duri.

Ci sentiamo stanchi anche quando non abbiamo lavorato, dormiamo senza riposare, siamo tristi anche quando non c’è un buon motivo e mai completamente felici per qualcosa di bello. Così le delusioni, le incertezze, le perdite o altri stressor, non sono più aspetti che la vita, da sempre, contempla accanto ai loro opposti o occasioni per migliorare se stessi, ma diventano il substrato subdolamente intessuto sul quale costruiamo l’idea della nostra esistenza. Idea che mina l’entusiasmo, la fiducia che va a braccetto col coraggio, la gioia, la speranza. Così abbiamo bisogno di sopravvivere ai lunedì, di aspettare il weekend, l’uomo o la donna giusta, il lavoro perfetto, i colleghi collaborativi, il peso forma ecc, per essere felici.

Aspettare ha ben poco a che fare con la felicità e con il senso di responsabilità ma è in collegamento diretto con l’ansia che proietta altrove il nostro benessere.

Essere aperti verso la vita non presuppone la cecità verso le criticità che ci si presentano piuttosto è una predisposizione d’animo di chi sa che la vita ci dà altre possibilità anche se talvolta sono scomode.

Noi, che siamo qui a interrogarci se risentiamo degli effetti di momenti stressanti al punto da sentirci poco sereni e propositivi, possiamo porci delle semplici domande che, ovviamente, non hanno fini diagnostici, ma lo scopo di portarci a riflettere sul nostro stato interiore.

L’ auto-osservazione, spogliata dai pregiudizi, è la chiave dell’introspezione, della conoscenza, della lucidità di chi vede pienamente il suo universo.

Allora domandiamoci con autenticità come stiamo, se abbiamo davvero fiducia nella vita o se la paura sta avendo la meglio, se certi automatismi li condividiamo sul serio o sono il frutto di abitudini e delusioni e ricominciamo a scegliere, finalmente, di trarre l’energia da ogni cosa, compreso da quella che emerge dal nostro cuore spezzato.

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Autore: Silvia Torrieri

Da sempre affascinata dalla mente umana diventa psicologa clinica per saperne di più, innanzitutto di sé stessa. Alla continua ricerca delle motivazioni che spingono i comportamenti, si specializza nelle "nuove dipendenze" e approda alla Media-Comunic-Azione® diventando counselor Relazionale. Lavora nell'ambito della relazione d'aiuto in diversi contesti, da quello scolastico con progetti indirizzati agli studenti nella facilitazione al processo dell'identità al consultorio pubblico dove ha modo di confrontarsi con realtà individuali e familiari complesse e infine nella professione privata. Collabora con Avalon, condividendone i valori della formazione continua e la crescita personale, occupandosi dell'organizzazione delle attività e progettazione degli interventi. Appassionata di tango argentino, è assistente d'aula per Avalon Progetto Tango.

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