A cuore scalzo: riflessioni sulla psicovacanza in India

 

Quando ho detto che sarei andata in India, le reazioni sono state unanimi: meraviglia, stupore, sospiri, occhi sognanti. Così lontana ma intimamente vicina, non le si può rimanere indifferenti; lì c’è la nostra origine più antica e, un viaggiatore dell’anima lo sa, anche il senso di un ritorno, all’essenza di noi stessi, delle cose e del mondo.

Ogni viaggio produce stimoli e riflessioni, ma la psicovacanza è il Viaggio per eccellenza. E’ l’avventura degli occhi e dei sensi che parlano al cuore, è osservare fuori per guardarsi dentro, è il ritrovarsi e scoprirsi in altri luoghi e nelle relazioni con gli altri, è sfumare i confini e ristabilire un profondo senso di connessione con ciò che è intorno. E’ come una caccia al tesoro, ognuno riceve una missione: l’auto-osservazione rispetto ad un atteggiamento o uno stato d’animo del momento; sarà l’attenzione all’esterno e alla sua valenza simbolica a fornire ulteriori chiavi di lettura, risposte e ispirazione. E l’India in questo è stata molto generosa, aperta e sincera.

Per prima cosa ho dovuto rivedere alcuni luoghi comuni, a cominciare dalla spiritualità. L’India è un paese davvero spirituale e altrettanto legato alla materia, ma senza contraddizioni. Qui ho trovato quella meravigliosa integrazione che ricongiunge cielo e terra e la capacità di vivere il trascendente in ogni aspetto del quotidiano. Questo spiega le loro strade, dove circolano con perfetta normalità, mucche libere e sacre insieme ad auto e moto, tutte addobbate e benedette da fiori e santini; la presenza in ogni casa, fosse pure un giaciglio di cartone, di un altare con statuine, fiori e candele; la pratica comune di portare il kumkum, o ‘terzo occhio’, quel piccolo cerchio, di solito rosso, disegnato sulla fronte di uomini, donne e bambini, come segno di benedizione e di intelligenza spirituale, a ribadire che tutti i pensieri e le azioni sono governati da questo punto, in un matrimonio tra visibile ed invisibile. Infine nei templi la sorpresa più grande: non siti austeri e silenziosi, dove l’io è ridimensionato per celebrare il divino, ma luoghi pieni di gioia, di vita e di colore, dove l’io è esaltato come manifestazione terrena del sacro. Nei grandi templi la visita è una festa, vi si recano in gruppo famiglie intere o comunità, tutti vestiti di uno stesso colore, secondo la divinità cui rendono omaggio; vibranti pennellate di rosso, giallo, verde, arancio, nero, blu che al tempio ridono, mangiano, scherzano e pregano, accendono candele e offrono fiori e cibo a innumerevoli dei, tanti quanti le sfumature dell’animo umano.

Così come nei templi ci si spoglia dell’ego e si entra rispettosamente a piedi nudi, anche nel quotidiano questo popolo mantiene un atteggiamento meravigliosamente scalzo rispetto alla vita. Questo è uno degli aspetti che più mi hanno colpito e affondato direi: gli indiani sono un popolo aperto e senza filtri, nel bene e nel male; ogni emozione è espressa liberamente e senza censure, con l’autenticità di un bambino. Ho visto occhi fiammeggianti di rabbia e traboccanti di sorrisi, il pudore degli inchini ed il coraggio dell’esprimere a viso aperto richieste e rifiuti senza tergiversazioni. E’ una naturalezza che ti spoglia, ti mette a nudo e ti riporta al centro, per ricominciare.

Quando si parte, si pensa di trovare qualcosa in più; questo viaggio e questa terra invece, ti invitano a lasciare andare maschere e sovrastrutture e a lavorare di scalpello. Ti ricordano che così fuori, così dentro, che gli altri sono riflessi di noi e che il mondo è uno specchio dove, a voler guardare, ricordiamo chi siamo davvero e il senso dell’esistenza stessa. E’ stata un’esperienza davvero intensa: esfoliante, nutriente e ricchissima; come le onde dell’oceano mi ha risucchiato e poi inondato; è una terra che si è donata con totalità, toccando le mie corde più profonde. Le sento ancora vibrare e so che non smetteranno presto, per mia fortuna. Torno a casa a cuore scalzo e mi inchino grata a ciò che mi accolto. Namastè.

 

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