SULL'INVIDIA. COME TRASFORMARE LA PENA IN CURA DELL'ANIMA

“L’uomo saggio non smette di aver caro ciò che possiede perché qualcun altro possiede qualche altra cosa. L’invidia, in effetti, è una delle forme di quel vizio, in parte morale, in parte intellettuale, che consiste nel non vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto ad altre.” (Bertrand Russell)

L’invidia è uno dei sentimenti più pesanti e difficili da confessare, avvolge in una spirale discendente e consuma chi la prova. In misure diverse riguarda tutti noi, sia chi la vive e manifesta in maniera evidente, sia chi non sempre ne è consapevole, tanto è censurata da atteggiamenti in apparenza pacati ma che rimandano a un grande disagio di fondo.

Perché, come dicono i detti popolari, ‘la troppa felicità genera fastidio’ o ‘l’erba del vicino è sempre più verde’? L’etimologia della parola rimanda al latino in-videre cioè ‘guardare di sbieco’, ‘guardare storto’, una sorta di astigmatismo emozionale dunque, spesso alimentato da scarsa autostima che conduce ad una visione distorta, riduttiva di noi ed amplificata dell’altro.

Quando siamo immersi in questa energia oscura ed invischiante, non riusciamo a godere di ciò che abbiamo perché costantemente protesi a guardare fuori di noi, in un confronto continuo ed estenuante con chi, in fondo reputiamo migliore, e che, di conseguenza ci vedrà sempre perdenti ed eternamente insoddisfatti. Un carico pesantissimo ed autoinflitto che prima o poi avremo bisogno di alleggerire, anche se spesso in maniera maldestra: o con la passività e la tendenza a ritirarsi o passando al contrattacco cercando di ‘ridurre’ il problema.

Nel primo caso la strategia di sopravvivenza sarà quella di limitare la socialità al minimo, evitando il più possibile qualunque aspetto implichi una comparazione e venga concepito come ‘competitivo’, sia nelle relazioni che in ambito lavorativo. Diversamente, Francesco Alberoni parla di un atteggiamento reattivo a quella che viene percepita come una profonda ingiustizia, che devia l’ammirazione degli altri, da noi a chi riteniamo non la meriti: facciamo di tutto per trascinarlo al nostro stesso livello, di svalutarlo; ne parliamo male, lo critichiamo. Ma se la società continua ad innalzarlo, ci rodiamo di collera e, nello stesso tempo, siamo presi dal dubbio. Perché non siamo sicuri di essere nel giusto. Per questo ci vergogniamo di essere invidiosi. E, soprattutto, di essere additati come persone invidiose. In termini psicologici potremmo dire che l’invidia è un tentativo un po’ maldestro di recuperare la fiducia e la stima in se stessi, impedendo la caduta del proprio valore attraverso la svalutazione dell’altro.

Si tratta di un circolo vizioso senza uscita dunque? Come sempre e come mai ci stanchiamo di sottolineare, qualunque emozione è un’energia, che non è mai ‘negativa’ o ‘positiva’ in sé, si tratta semmai dei suoi volumi e della nostra possibilità di agire su strategie, modalità e misure per trasformare il disagio in opportunità.

Come? A partire dagli aspetti di risorsa, che risultano evidenti se ci si pone in atteggiamento neutrale e si epurano gli effetti distorsivi. L’invidia rimanda senz’altro ad una grande capacità di attenzione e disponibilità all’osservazione, di sé e dell’altro. Se sono portata ad invidiare qualcuno per una sua qualità è ovvio che: per prima cosa sto notando qualcosa a cui do valore ed è importante per me, altrimenti rimarrei indifferente. In secondo luogo, il senso di inadeguatezza che ne deriva è dato dal fatto che quella caratteristica di valore, che io penso non mi appartenga, in realtà è lì, dentro di me anche se meno sviluppata. E’ da lì che guardo fuori, come un bimbo a cui tutto sembra gigantesco e irraggiungibile. E’ grazie a quel confronto, suscitato da quell’invidia, che posso decidere di trasformare quell’osservazione dolorosa – causata più da una sorta di nostalgia che dall’assenza – in rinuncia e/o rancore oppure fare il salto di qualità e renderla un’ispirazione.

Gibran diceva: “l’invidioso mi loda senza saperlo”. Proprio così, l’invidia è in fondo un complimento mal gestito, la capacità sofferta di guardare al bello e al buono. Uno strumento efficacissimo dunque da cui partire per tendere al miglioramento di sé.

Secondo Zuleika Fusco in “Viaggio nelle Energie del Femminile”, l’invidia spesso nasce come risposta ad un sentimento di vuoto incolmabile, all’incessante bisogno d’amore, all’inadeguatezza e alla rabbia implosa per una deprivazione affettiva subita. Sarà fondamentale partire dal riconoscimento di quella ferita originaria, non per coprirla ma per accudirla nel modo giusto. Il primo passo sarà spostare l’attenzione dal fuori al dentro, dai limiti alle risorse, per ritrovare se stessi e la propria identità, soprattutto la propria unicità, grazie alla quale ci si libera da ogni paragone. Avendo smesso di guardare ‘di sbieco’ e ritrovata una serena visione di sé, l’amore che è mancato fuori, potrà rinascere dentro di noi, per noi, insieme ad un rinnovato senso etico che porti ad un senso di pacificazione interiore e con il mondo.

L’amore guarda attraverso un telescopio; l’invidia, attraverso un microscopio. (J. Billings). L’amore diventa l’antidoto e la via d’uscita, allarga le prospettive curando le ferite e liberando dal giogo del rancore. Diventa donazione gratuita, libero riconoscimento del valore dell’altro così come del proprio, conduce ad un piano elevato ogni incontro che così diventa sacro.

“Namastè!

Ti saluto e mi inchino a te.

Le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te”

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