Curiosità sul fascino e dintorni

Giorni fa una bambina, durante un discorso incentrato sulle bambole, mi ha chiesto il significato della parola fascino. Lì per lì, semplificando grossolanamente per essere il più possibile chiara, ho assimilato il fascino alla bellezza.

Le riflessioni successive circa questo concetto così diffuso quanto ineffabile hanno acceso la mia curiosità al punto da indurmi a una ricerca. Con grande sorpresa, ho scoperto che dietro questo termine c’è un mondo sommerso e giustamente affascinante che mi ha coinvolto.

L’etimologia offre tre spiegazioni alla parola fascino. Dal latino fascinum, ossia amuleto, maleficio, letteralmente Malia, ossia l’influenza del male che si ritiene possa essere emanata dagli occhi degli adulatori, dei malati o degli invidiosi. Dunque, secondo questa prima interpretazione, il fascino ha a che fare con gli occhi, la lusinga e l’invidia, tutti elementi che nella tradizione popolare sono rappresentati nel malocchio. Diversi e variegati i rituali che lo scongiurano, dalle gocce d’olio che cadono nell’acqua del piatto ai cornetti rossi.

La seconda spiegazione, che più assomiglia al significato comune attribuito al concetto di fascino, parla di una forza di attrazione mista a bellezza, seduzione e savoir-faire. Certamente il fascino può essere correlato alla bellezza e alla grazia ma non è tutto qui. Ci sono uomini sbrigativi e poco aggraziati che portano addosso una fascino importante, come se la disarmonia delle forme producesse un magnetismo pari al suo contrario.

Penso a uomini come Vincent Cassel, l’attore francese dai tratti pungenti e un naso imperfetto, considerato tra gli uomini più dotati di fascino oggi, o ad attrici come la Magnani, piena di vita e di umana, dolorosa, irresistibile realtà.

E forse il fascino deriva proprio dal fatto che chi lo emana non ne è del tutto cosciente e questa naturale e ingenua bellezza celata di mistero attrae e sorprende.

Infine fascino era il nome che i Romani attribuirono al dio Priapo e al suo enorme organo sessuale a cui attribuivano il potere di allontanare o annullare le influenze malefiche, una funzione apotropaica. Figlio della dea della bellezza e dell’amore Afrodite e di Dioniso, dio della forza vitale e del vino, Priapo era un piccolo uomo barbuto che per via del suo fallo enorme, simboleggiava la fecondità maschile, l’istinto sessuale oltre che la protezione di colture e giardini. Nelle antiche case romane le statuette del dio venivano esposte per allontanare dalla casa il malocchio.

Di nuovo, il malocchio e l’invidia che lo produce sono protagonisti e quest’ultima davvero è un’emozione scomoda, negata al punto di vergognarsene e non v’è dubbio che, da sempre, il fascino sia una qualità ambìta e invidiata.

E’ naturale apprezzare la prosperità altrui e desiderarla per se stessi, ed è altrettanto umano talvolta non godere delle fortune o delle doti degli altri e al contrario rammaricarsene. L’invidia è giudicata e punita da sempre, lo stesso Dante, nella Divina Commedia, nel girone infernale degli invidiosi, la rappresenta con degli uomini con gli occhi cuciti.

Ma se proviamo ad accogliere questa emozione tanto amaramente giudicata potremmo accorgerci che l’invidia può darci la spinta giusta per essere ambiziosi e disciplinati al fine di far crescere l’erba del nostro giardino bella almeno quanto quella del vicino.

Può farci sentire vivi e competitivi, pronti a migliorare potenziando grinta e strategie.

A questo punto mi pare di comprendere che il fascino abbia innumerevoli vantaggi, crea invidia che, se adeguatamente accolta, accresce il nostro desiderio di evolverci, dà potere di attrarre e rende attraente chi ne è investito e infine, a quanto pare, porta fortuna e prosperità.

Non ci resta dunque, qualora non ne fossimo forniti di serie, che coltivarlo con gesti quotidiani. Ma come?

Credo abbia a che fare col mistero e la contezza di sé, con l’autostima autentica scevra di ostentazione, con il valore delle proprie opinioni ma anche con la consapevolezza della preziosità del tempo concesso a se stessi o scelto di condividere con altri.

E’ la qualità di chi riconosce il proprio rango, la caratura del suo animo seppur ancora in evoluzione, ed è proprio di chi assapora la sua essenza.

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Autore: Silvia Torrieri

Da sempre affascinata dalla mente umana diventa psicologa clinica per saperne di più, innanzitutto di sé stessa. Alla continua ricerca delle motivazioni che spingono i comportamenti, si specializza nelle "nuove dipendenze" e approda alla Media-Comunic-Azione® diventando counselor Relazionale. Lavora nell'ambito della relazione d'aiuto in diversi contesti, da quello scolastico con progetti indirizzati agli studenti nella facilitazione al processo dell'identità al consultorio pubblico dove ha modo di confrontarsi con realtà individuali e familiari complesse e infine nella professione privata. Collabora con Avalon, condividendone i valori della formazione continua e la crescita personale, occupandosi dell'organizzazione delle attività e progettazione degli interventi. Appassionata di tango argentino, è assistente d'aula per Avalon Progetto Tango.

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