Quanta vita c’è dentro una pausa?

La primavera è senz’altro la stagione della trasformazione e della rinascita, tutto ciò che ci circonda ci rimanda questo, dalla piantina sul davanzale della cucina alla luce che si affaccia fino a tardi allungando le nostre giornate, per non parlare poi del naturale rallentamento dei ritmi.

Il corpo lo sa e si sente stretto sotto tanti indumenti che lo hanno protetto durante l’inverno ma che ora sono di troppo e limitano i suoi movimenti. In tal senso la primavera è il tempo della transazione, della necessità di mediare tra ciò che è stato e ciò che sarà e sta arrivando.

Ma ogni passaggio di stato richiede una pausa che delinei il confine tra passato e futuro.

Ogni cambio di stagione contempla dentro di sé questo specialissimo momento.

I musicisti o i ballerini comprendono perfettamente di cosa stiamo parlando, e sanno altrettanto bene che la pausa è quell’intervallo di tempo e di spazio che si frappone tra due cose, persone, momenti, ed è tutto tranne che spazio vuoto, al contrario è denso e pieno.

Carlos Gavito, un noto ballerino di tango argentino, scrive dell’importanza di “ballare la pausa”:

“A volte quando ballo mi fermo ad ascoltare”.

Ma ascoltare cosa?

Tutto quello che c’è, lo scomodo o l’incomodo, la serenità o l’affanno, il piacere, il vuoto che non lo è mai davvero visto che a volte ci appesantisce l’andare, la confusione o la felicità che spesso identifichiamo solo a posteriori.

La pausa ci permette di riconoscere ciò che sta accadendo dentro e fuori di noi, di dargli un nome, è ascolto, semplicemente ascolto.

Ma la pausa non è stasi.

Cadere in questo tranello equivale a credere che fermarsi sia possibile per un lungo tempo e senza conseguenze, come se si potesse congelare tutto. Capita a tutti noi, durante il cammino, di stancarci e di fermarci per riprendere fiato, sostiamo, respiriamo, riposiamo il corpo accudendo quella stanchezza che a volte ci scoraggia e riorganizziamo le idee , ascoltiamo il cuore e infine ci muoviamo guidati da una nuova ispirazione, ma se rimaniamo troppo a lungo in quella posizione , a lato della strada, convinti di poter paralizzare quel momento, cominceremo, senza accorgercene, a tornare indietro poiché in realtà siamo fermi su un falso piano.

Nella metafora della vita, quando smettiamo di camminare lungo il nostro percorso e quindi di lavorare su noi stessi regrediamo.

È un po’ come pensare che una casa disabitata rimanga pulita nel tempo, chi ha una soffitta sa che non funziona così.

Smettere di prendersi cura della propria interiorità equivale a tornare indietro sui propri passi falsi.

La pausa quindi non è un momento per fuggire da sé, non è assenza, è il suo esatto contrario, è spazio d’ascolto, silenzio attivo in cui ci concediamo a noi stessi e alle nostre intuizioni, è tempo vivo.

Dalla pausa si esce nuovi poiché spezziamo una sequenza e ascoltiamo ciò di cui abbiamo bisogno e ancor di più, ciò che non è più utile per noi.

E allora seguiamo il ritmo della natura e stiamo in quella pausa che il cambio di stagione ci propone per ascoltare i nostri desideri, salutare il vecchio per non rimanerne aggrappati, fare vuoto ed infine scegliere il nuovo.

Partiamo dall’esteriorità, cominciando ad esempio osservando lo spazio in cui viviamo, fermiamoci a capire se ci piace così com’è, se è troppo affollato o vuoto, se ha bisogno di una pulizia più approfondita, apriamo quel vecchio cassetto pieno di documenti, attrezzi o cianfrusaglie che occupano spazio e energie e se vogliamo liberiamocene destinando quello spazio a una nuova funzione. Possiamo fare lo stesso con l’armadio, con la borsa stracolma di oggetti che pesano sulle spalle come sui nostri passi, con il portafogli pieno di scontrini inutili, con lo stanzino, con il cuore.

Circondiamoci di bello, di spazi e aria puliti e non dimentichiamo però che ogni passaggio contempla il preziosissimo e indispensabile anello di congiunzione tra passato e futuro: la pausa che è in fin dei conti presenza quindi il presente.

           “E ogni pausa è cielo in cui mi perdo, serenità d’alberi a chiaro della notte.”

                                                 Salvatore Quasimodo

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Autore: Silvia Torrieri

Da sempre affascinata dalla mente umana diventa psicologa clinica per saperne di più, innanzitutto di sé stessa. Alla continua ricerca delle motivazioni che spingono i comportamenti, si specializza nelle "nuove dipendenze" e approda alla Media-Comunic-Azione® diventando counselor Relazionale. Lavora nell'ambito della relazione d'aiuto in diversi contesti, da quello scolastico con progetti indirizzati agli studenti nella facilitazione al processo dell'identità al consultorio pubblico dove ha modo di confrontarsi con realtà individuali e familiari complesse e infine nella professione privata. Collabora con Avalon, condividendone i valori della formazione continua e la crescita personale, occupandosi dell'organizzazione delle attività e progettazione degli interventi. Appassionata di tango argentino, è assistente d'aula per Avalon Progetto Tango.

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